— le2002blog

Esistono tanti posti in Africa. Per posti intendo luoghi che sono unici al mondo. Posti che all’ immaginario di un viaggiatore possono sembrare intere regioni o nazioni tanto sono stati visti e raccontati. A volte sono talmente grandi da perdere la forma che ci siamo fatti do loro. Talmente grandi da non lasciarsi guardare. Il delta dell’Okawango ne è un esempio. Arrivi e non sai da dove partire. Non sai dove inizi o dove finisca. Non sai se ci sei già dentro, la mancanza di confini delimitati affatica la capacità di potersi convincere di esserci stato.

Il turista che è in ogni viaggiatore allora cerca riferimenti pratici per poter confermare a se stesso di averlo visto. Di averlo vissuto nella sua interezza. Si prova prendendo un aereo. Non basta, continua a sfuggire sotto di te. Non ti senti mai arrivato. Ti rigiri nella carlinga con la speranza di vedere uno di quei segni inconfondibili che colorano documentari e calendari, con la speranza di poterti orientare in quello spazio che non riconosci. Poi atterri e ti chiedi quanto hai visto di questo posto. Rimane la sensazione di non aver visto tutto.

Difficile fotografare un posto che è già di per se difficilmente identificabile. Normalmente in questi casi mi concentro su due aspetti: forme e dettagli. Qui le forme erano date dalle ombre e dalle tracce di una natura che è portata al cambiamento stagionale. Questo delta è famoso per l’alternarsi annuale che compie la terra. Il passaggio da stagione secca a stagione delle piogge spinge migrazioni e modifiche del paesaggio radicali.

Altre volte, questi posti, sono solo strisce di terra che la storia ha contaminato a tal punto da renderli ecosistemi unici e quindi luoghi al di fuori dello spazio normale. Questo è il caso di Sossusvlei. Il nome può non dire molto ma le immagini di questo posto sono state viste da tutti. Lungo il deserto del Namib, grazie a condizioni particolari tra cui venti che soffiano equamente da mare e da monti, si sono formate le dune di sabbia più alte del mondo. Queste dune superano i 300 metri di altezza e gli ingredienti di queste terre portano ad una colorazione arancio che non può che confermare l’immaginario del deserto che ognuno di noi ha. Spigendosi all’interno di queste dune parallele che si susseguono lungo un asse centrale, si arriva alla zona dei vlei. I vlei sono degli stagni secchi che rivivono ogni decina d’anni grazie all’arrivo dell’acqua portata da piogge straordinarie. Per il resto del tempo sono come appezzamenti importati da un pianeta alieno in cui la terra bruciata dal sole sembra quasi raccogliere la luce che rotola dalle dune dell’Erg namibiano.

Si capisce subito di essere in un posto d’Africa. Uno di quei luoghi che non potrai dimenticare facilmente , se non altro per la particolarità di quello che stai vedendo. E’ come se qualcuno avesse raccolto in un singolo spazio tutte le meraviglie del deserto. Boccioli di piante secche che rivivono al tocco di una goccia d’acqua. Un mondo sotterraneo fatto di animali e insetti che hanno scoperto, con l’esperienza di millenni, come sopravvivere alle condizioni estreme di questo clima.

Non manca niente, il vero problema qui è fotografare quello che tutti hanno già visto almeno una volta in cartolina. Le possibilità di movimento non sono molte. Ti avvicini e allontani dai pochi elementi distintivi del territorio per cercare di raccogliere le forme e delimitare le linee essenziali che caratterizzano questo spazio. Fortunatamente la natura viene in aiuto del fotografo in questi casi e regala luci e ombre che modellano i soggetti. Gli effetti prospettici di queste dune altissime si adattano benissimo al gioco di composizione dei piani in spazi così netti. Il colore è regalato dal fascino della sabbia.

 

 

 

Read More

Partiamo da una considerazione. Tutto in India è allo stesso tempo sacro e profano. Il rapporto che gli indiani hanno con la loro religione è quanto di più simile ad un supermarket di papi, santi e dei. Forse è la necessità di dover avere un contatto quasi fisico con i riti e le credenze che ha portato ad una evoluzione in cui la religione si è integrata perfettamente nell’economia quotidiana. Tutto, compresa la salvezza eterna, sembra comprabile come qualsiasi delle migliaia di inutili cianfrusaglie che colorano i templi indiani. L’India è l’esempio più concreto di superfluo esistenziale. In un mondo in cui a tratti sembra mancare tutto quanto è necessario, il superfluo acquisisce importanza vitale. E così la religione sfrutta questa dipendenza mercanteggiando ogni sacralità. Non da meno è l’ integrazione, di questa religione così pervasiva, con l’arte.

Fatta questa doverosa considerazione, torniamo al racconto. Qualche mese fa ho partecipato allo show Bollywood e ragionando sulla superficialità di alcune proposte culturali sono arrivato alla conclusione che ai giorni nostri sembra quasi necessario deturpare la complessità della realtà per essere visti e vendere spettacolo. Sono completamente contrario a questo approccio e credo sia anzi necessario aumentare il tiro. Io mi sento offeso spesso dalla considerazione che chi produce ha della capacità dello spettatore di potersi sforzare per la fruizione del prodotto artistico. Comunque sia non voglio stressare e stressarmi per una battaglia non molto interessante, preferisco concentrarmi sul tema della danza nel contesto religioso indiano così come proposto dallo spettacolo (faccio fatica a chiamarlo musical). E’ uno spunto interessante per analizzare alcune mie foto.

Innanzi tutto la danza che fa da corollario alla storia è la Bharatanatyam. Questo tipo di danza nasce a stretto contatto con la religione induista in particolare là dove la religione dravidica è più sedimentata, e cioè nello stato del Tamil Nadu. Non è l’unica forma di danza tradizionale indiana ovviamente e così come il Khatakali in Kerala, si basa non solo sul ritmo e sul movimento del corpo ma anche sulle espressioni del volto.

Il Khatakali esalta questa componente utilizzando maschere di trucco mentre la Bharatanatyam si focalizza su posizioni statiche del corpo e del viso in contrappunto a gesti precisi che evidenziano la melodia. Gli occhi hanno una importanza fondamentale in entrambe le danze e permettono di indirizzare una componente espressionistica per nulla banale.

Ho avuto la possibilità di assistere a quella che sembrava essere una selezione di bambine moderne Devadasi in un grande tempio di Chennai. Una Devadasi è anche la protagonista principale dello spettacolo Bollywood. Le Devadasi sono le danzatrici che donavano la loro vita alle deità dei templi indù, ballando per il pantheon vedico.

In questa messa in scena moderna, la tradizione, fatta non solo di trucchi e costumi ma anche di movimenti e profumi, si mescolava alla voglia di agghindarsi e mostrarsi. Mostrare una ricchezza che in India, forse più che in altre parti del mondo, è così visibile quando presente che sembra quasi doveroso non nascondere, per compiacere anche quei tanti che ricchi non sono e non potranno mai esserlo.

Quindi movenze e stili che vengono da lontano e che oggi prendono la forma della musica pop per poter parlare a tutti nei film della vera Bollywood. Film che sono vere e proprie orchestrazioni coreografiche che ripropongono le stesse storie e le stesse canzonette a folle che sanno ancora gustare della semplicità e del divertimento.

Film che non perdono comunque il collegamento con i dettami della religione più antica dell’umanità. Religione che sa essere politeista sui muri dei templi ma anche così altamente filosofica nella trinità del Bhraman che si fa Trimurti. E’ così riusciamo ad assistere alle coreografie di un set cinematografico dove anche il protagonista sembra una ragazzo di strada che si emoziona e sorride per occidentali che si interessano alla sua fama.

Read More

Eccoci al primo post e subito la domanda. Da dove partire? Se uno degli obiettivi di questo spazio che dedico al mio lavoro e alla mia passione è quello di raccontare i miei scatti e raccogliere il tanto materiale che inizia a riempire la mia testa e i miei album, la risposta scontata dovrebbe essere dall’inizio. Invece ho deciso di cominciare dalla fine. E proprio dalla fine cronologica. Inizio dalle ultime foto che ho scattato in viaggio, lo scorso Natale, quando eravamo partiti alla scoperta del Vietnam.

E dall’ultimo viaggio raccolgo l’ultima tappa, Sapa. O meglio, Sa Pa. Cittadina di confine tra Vietnam e Cina, al centro di una zona di montagne che raccoglie etnie di questa vasta area che spesso viene identificata nell’immaginario comune come Triangolo d’Oro ma che in realtà è molto più vasta e ricca di quanto si possa immaginare. La zona è perfetta per i trek. Il verde, componente assoluta in Vietnam, qui cambia forma. Diventa più opaco, filtrato dalle brume montane e dalle risaie che quasi sembrano ferire le montagne. Alla sera fa freddo, i villaggi seguono il corso del fiume come un susseguirsi di vita integrata tra la natura.

Il paesaggio è scuro. Fango si mischia alle risaie. Gente semplice. Principalmente etnia Hmong. La nostra guida è una ragazzina che sembra subito molto più sveglia di quanto possa sembrare dai luoghi che conosce. Altre ragazze si uniscono a noi e ad altri gruppi che partono presto da Sa Pa per i trek giornalieri. I visi sono simili a quelli che si trovano nel nord del Laos o nello Yunnan cinese. Anche i colori sanno di montagne e di aria pulita.

Come per il resto del Vietnam l’impressione è di un popolo che ha rinnegato la sua storia recente troppo velocemente. L’economia di mercato a trovato troppo facile presa e si rimane sempre con il dubbio che i cellulari e altri beni di poco valore non riescano a  sostituire del tutto qualcosa che si è perso.

Mi concentro sui terrazzamenti. Sanno di natura pacificata. Mi sembrano più belli di quelli visti alla “schiena di drago” nel Guillin cinese. Forse solo perchè qui il riso non è ancora maturo e quindi l’acqua crea luminescenze e riflessi. Le condizioni meteo non permettevano molto.

Molti bambini ma anche molti animali. Cani, bufali, maialini setolosi, gatti. Sembra esserci armonia anche se non tutti i sorrisi sono convinti. Forse sono popolazioni che aspettano sempre di avere una propria terra, invece di sentirsi chiamare con il nome di così tanti stati. Forse la televisione cinese, come quelle di tutto il mondo, racconta storie che sono troppo diverse da ciò che vedono quotidianamente.

Abbiamo dormito presso una famiglia locale. Poche parole e anche pochi sguardi. Qualche sorriso. La cena era squisita anche se la telenovela metà intrighi e metà comicità demenziale come solo gli asiatici potrebbero sopportare, sembrava essere molto più interessante della nostra presenza. Il tofu fritto al pomodoro era buonissimo e il fatto che gatto e gallo abbiano fatto compagnia alla cuoca e a noi vicino al fuoco durante la preparazione di tutte le pietanze non poteva che aiutare l’appetito.

 

Backstage

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Read More