Esistono tanti posti in Africa. Per posti intendo luoghi che sono unici al mondo. Posti che all’ immaginario di un viaggiatore possono sembrare intere regioni o nazioni tanto sono stati visti e raccontati. A volte sono talmente grandi da perdere la forma che ci siamo fatti do loro. Talmente grandi da non lasciarsi guardare. Il delta dell’Okawango ne è un esempio. Arrivi e non sai da dove partire. Non sai dove inizi o dove finisca. Non sai se ci sei già dentro, la mancanza di confini delimitati affatica la capacità di potersi convincere di esserci stato.
Il turista che è in ogni viaggiatore allora cerca riferimenti pratici per poter confermare a se stesso di averlo visto. Di averlo vissuto nella sua interezza. Si prova prendendo un aereo. Non basta, continua a sfuggire sotto di te. Non ti senti mai arrivato. Ti rigiri nella carlinga con la speranza di vedere uno di quei segni inconfondibili che colorano documentari e calendari, con la speranza di poterti orientare in quello spazio che non riconosci. Poi atterri e ti chiedi quanto hai visto di questo posto. Rimane la sensazione di non aver visto tutto.
Difficile fotografare un posto che è già di per se difficilmente identificabile. Normalmente in questi casi mi concentro su due aspetti: forme e dettagli. Qui le forme erano date dalle ombre e dalle tracce di una natura che è portata al cambiamento stagionale. Questo delta è famoso per l’alternarsi annuale che compie la terra. Il passaggio da stagione secca a stagione delle piogge spinge migrazioni e modifiche del paesaggio radicali.
Altre volte, questi posti, sono solo strisce di terra che la storia ha contaminato a tal punto da renderli ecosistemi unici e quindi luoghi al di fuori dello spazio normale. Questo è il caso di Sossusvlei. Il nome può non dire molto ma le immagini di questo posto sono state viste da tutti. Lungo il deserto del Namib, grazie a condizioni particolari tra cui venti che soffiano equamente da mare e da monti, si sono formate le dune di sabbia più alte del mondo. Queste dune superano i 300 metri di altezza e gli ingredienti di queste terre portano ad una colorazione arancio che non può che confermare l’immaginario del deserto che ognuno di noi ha. Spigendosi all’interno di queste dune parallele che si susseguono lungo un asse centrale, si arriva alla zona dei vlei. I vlei sono degli stagni secchi che rivivono ogni decina d’anni grazie all’arrivo dell’acqua portata da piogge straordinarie. Per il resto del tempo sono come appezzamenti importati da un pianeta alieno in cui la terra bruciata dal sole sembra quasi raccogliere la luce che rotola dalle dune dell’Erg namibiano.
Si capisce subito di essere in un posto d’Africa. Uno di quei luoghi che non potrai dimenticare facilmente , se non altro per la particolarità di quello che stai vedendo. E’ come se qualcuno avesse raccolto in un singolo spazio tutte le meraviglie del deserto. Boccioli di piante secche che rivivono al tocco di una goccia d’acqua. Un mondo sotterraneo fatto di animali e insetti che hanno scoperto, con l’esperienza di millenni, come sopravvivere alle condizioni estreme di questo clima.
Non manca niente, il vero problema qui è fotografare quello che tutti hanno già visto almeno una volta in cartolina. Le possibilità di movimento non sono molte. Ti avvicini e allontani dai pochi elementi distintivi del territorio per cercare di raccogliere le forme e delimitare le linee essenziali che caratterizzano questo spazio. Fortunatamente la natura viene in aiuto del fotografo in questi casi e regala luci e ombre che modellano i soggetti. Gli effetti prospettici di queste dune altissime si adattano benissimo al gioco di composizione dei piani in spazi così netti. Il colore è regalato dal fascino della sabbia.
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